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Giordano Lannaioli, Una cosa come un'altra. Recensione di Federica Losito su NEWS ON STAGE


23 ottobre 2008

"Mistica e lenta... la dolce attesa."

A volte capita che la vita ci schiacci e per farlo può utilizzare il metodo più semplice oggi, la nostra società. Il suo pretendere che si lavori non offrendone le possibilità e, quando queste si realizzano e si riesce addirittura a uscire dall'orrore del precariato, ci si scontra con il problema dell'età moderna, l'alienazione crescente dovuta al fatto che l'organizzazione del lavoro non è umana in nessun aspetto e col passare del tempo non può che portare a depressione e male di vivere.

Il protagonista di questa storia è un consulente sistemista informatico, una persona anonima tra le tante, che viene chiamata "Sintaxerror" come le celeberrime schermate d'errore di commodoresessantaquattresca memoria.
Il problema di questa categoria (di cui faccio parte) è che, o si viene sbattuti da un'azienda all'altra proibendo persino il concetto di avere dei colleghi, oppure si rimane ancorati a certi progetti "eterni" senza possibilità di crescita professionale e la conseguente idea che questo castrerà ogni possibilità per il futuro. Sfruttati. Schiavi veri e propri dato che vengono anche trattati come tali dai loro superiori e non.

Il romanzo, nella sua prima parte, ci fa entrare un po' nella testa di Sintax e io ho trovato inquietante il fatto che condividiamo moltissimi pensieri strambi. Inquietante perché, da come è scritto il libro, una splendida prima persona, si ha l'impressione di leggere uno di quei romanzi con protagonista narrante serial killer, alla American Psycho, alla Zombie della Oates, tanto per intenderci.
Ma purtroppo per lui Sintax è solo una vittima della "normalità" che lo costringe a sfociare in un nichilismo fatto di continue sigarette e soprattuto alcolici. Non si può che concordare con lui quando ci mostra, tramite pensieri affilati, quanto sia assurdo e spesso impossibile vivere, senza più ore libere per sé stessi, e quando si ha un attimo di tempo, accorgersi che la gente è in generale assurda e non fa che seguire mode di ogni genere, sempre pronta a sbranarsi, perché quello che conta oggi è tale e quale a quello che contava nella preistoria e le nostre clave sono i clacson che suonano nervosamente, capi frustrati che si sfogano sugli impiegati... La società moderna è una Macchina che schiaccia l'anima un tempo libera.

La storia riesce sempre a fermarsi un passo prima di diventare ripetitiva e, nella seconda parte, ci si meraviglia di quanto sta accadendo al protagonista perché nel frattempo entra in scena un inaspettato elemento che oserei definire fantasy!
Pur avendo in Sintax il suo epicentro indiscusso, la storia presenta alcuni personaggi tra cui spicca l'inaspettato coinquilino chiamato "l'uomo che cuce gli occhi" (e capirete il perché leggendo delle scene piuttosto "gore"), i carcerieri e capi-carcerieri che poi sarebbero i superiori di Sintax, e poi Anna, una collega (tra le più umane). Interessante osservare come questa sia l'unico personaggio al quale viene affibbiato un nome proprio, probabilmente per evidenziare come sia un personaggio che riesce a far dimenticare a Sintax lo schifo che lo circonda, perché l'amore si sa che è tutto... Eppure, il romanzo riesce a inserire la parentesi amorosa senza banalizzarne il concetto come spesso accade, non mettendolo al centro di tutto, è solo una delle cose descritte dal protagonista come una cosa come un'altra...

Uno di quei libri che io definisco "manuali", perché pongono le giuste domande e a volte si avvicinano, come in questo caso, anche a dare non dico risposte, ma una direzione, un orientamento ben preciso. Si evidenzia per esempio l'estrema difficolta, anzi impossibilità, di farcela da soli, ecco che entra in scena il comprimario, l'uomo che cuce gli occhi, il classico aiuto dalla persona che non ti aspetti, che ti ammutolisce perché ha ragione, che non è in grado di aiutare ma offre indizi.
E così la morte può finire in un cassetto e l'autore piazza nell'incredibile finale, la metafora di una vera e propria rinascita. Ma che è a sua volta una metafora nella metafora, perché nel suo aspetto si rispecchiano evidentemente le difficoltà presenti nella salvezza stessa. Non c'è pietà e questo proibisce l'avverarsi di un vero e proprio lieto fine.

Un romanzo breve e ispirato, scritto egregiamente ed esente da refusi. Una voce fuori dal coro, quella dell'autore Giordano Lannaioli, che mi auguro possa partorire (!) presto altri lavori ben fatti come questo. Mi incuriosisce molto in quanto il suo stile è adattabile a svariate tipologie di romanzo e potrebbe rivelarsi un autore felicemente poliedrico.



Angelo Iavarone


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