27 Aprile 2008
Bisogna fingere. Fingere di aver capito, come cantava Guccini
parecchi anni fa, che vivere è incontrarsi, aver sonno,
appetito, far dei figli, mangiare, bere, leggere, amare, grattarsi...
Non c'è scampo. O ce la fai o ce la fai, l'alternativa
è sopravvivere nel malessere, nella coscienza di non
essere liberi, di essere solo degli automi senz'anima, felici
di essere schiavi e difendendo la Macchina che stritola e
spolpa e scava, fino a ucciderti.
Sintaxerror – e già il nome è tutto un
programma – non riesce. Pur svegliandosi ogni mattina
per “fare il suo dovere, essere uomo, andare a lavoro
e salvare il mondo” rimbalza tra coscienza e incoscienza,
disperazione e quieta rassegnazione. Alla fine non c'è
niente da fare: la maggior parte della gente non si rende
nemmeno conto di respirare, si intrappola in clichè
umani, si rinchiude dietro ad un lavoro fisso, a una famiglia,
a dei figli, si consola comprando la macchina, uscendo il
sabato sera e sfogando la propria frustazione uccidendo il
tempo, violentandolo, quasi. Sintax vive in un motel, in uno
stato provvisorio perenne, in mezzo a bottiglie di vino e
sudiciume. A volte, quando l'odio e l'insofferenza diventano
troppo acuti, si lascia prendere dall'inerzia, si getta sul
letto, abbassa le persiane ed attende. Mentre nel motel le
coppie improvvisate escono ed entrano, mentre la natura continua
ad essere splendida nonostante il cancro umano che la invade.
Finché un giorno succede una cosa. Una cosa come un'altra.
Di solito quel qualcosa, nei romanzi di formazione, è
l'amore, la luce che scende dal cielo, la fede, un sogno.
No. Sintax, semplicemente, vede crescere il suo malessere
e lo vede trasformarsi. Una pancia. Da uomo incinto. L'essere
che vive dentro di lui cerca di ucciderlo – così
pensa Sintax – lo ucciderà nel nascere e nel
frattempo gli stritola gli intestini, il dentro di sé,
che non vede ma sente parlare, minaccioso, insopportabile.
Sintax è solo. A parte l'uomo che cuce gli occhi, che
vive insieme a lui, di poche parole e di sani insegnamenti,
l'unico personaggio che merita di essere ascoltato fino in
fondo. Nonostante il lavoro non proprio rispettabile ed il
suo non essere conforme alle regole del mondo. O forse proprio
per questo?
La pancia cresce, i capi-carcerieri (così chiama i
suoi superiori) lo seviziano con parole e gesti, per coprire
la loro inadeguatezza e il loro essere senza speranza. Anche
Sintax è senza speranza, certo, ma almeno ne è
cosciente, vorrebbe uscire da quel buco dove lavora e fare
qualcosa, respirare anche solo, ma farlo perchè lo
desidera, non perchè gli comandano di farlo.
Il romanzo di Giordano Lannaioli, Una cosa come un'altra,
riesce a far raggiungere le ultime pagine senza far presagire
la conclusione della vicenda. Strizzando un occhio a Bukowski
ne segue le orme per un po' e poi se ne allontana, per scelte
di vita, perché gli amici percorrono un pezzo di strada
insieme ma non è detto che arrivino a destinazione
mano nella mano. Con questo voglio dire che l'autore non è
la risposta italiana di Bukowski, come direbbero tutti i critici
di letteratura frustrati. Lannaioli è, senz'altro,
un modo nuovo di vedere e pensare letteratura italiana, intriso
semmai di vita, di ispirazione, e soprattutto di serie intenzioni
di non lasciarsi sopraffare dal sistema sociale schiavista
che ci circonda.
Concludo citando un pezzo dell'autore: arrabbiato, frustrato,
e deciso nell'indecisione.
«Non mi piace alzarmi al mattino, non mi piace vedere
le facce della gente in autobus, al mare, dal tabaccaio, non
mi piace questa puzza che infesta ogni angolo di strada, le
facce di quelli che si inculano un ragazzino e poi aiutano
la nonna della vittima ad attraversare la strada, quelli che
tramano alle spalle dei loro migliori amici, non mi piace
tutto questo amore, fiducia, amicizia, tutte parolone mai
comprese, solo fiato alla bocca.
Non mi piace vivere in un mondo di gente disumana, robotica,
morta, cammino in mezzo ai morti e non mi piace, da secoli
subisco le regole degli altri, la musica degli altri, il volere
degli altri, balli al ritmo degli altri da quando nasci a
quando crepi e non ce la faccio a staccare il cordone, non
è facile, che fai? Come? Dipendi dal mondo.
Devi prendere un pullman e passare da una città all'altra?
Dipendi dal mondo. Devi farti operare, o visitare, o superare
un esame universitario? Dipendi dal mondo. Vuoi comprare la
frutta, i preservativi, le sigarette o qualche cazzo di plastica
da ficcarti nel culo? Dipendi dal mondo, e io non voglio più
dipendere da nessuno, sono stanco».
Link alla recensione sul sito Tellusfolio.it
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L'oro in bocca, il libro di Alice Suella, il primo e feroce neuromanzo pubblicato in Italia
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